sabato 22 aprile 2017

Firewatch - Recensione (PS4)

Ho deciso di provare a scrivere una recensione su un videogioco. Pur sapendo di non essere in grado, un amico è riuscito a convincermi. La scelta del soggetto non è stata ardua. Le avventure grafiche in prima persona, sono diventate il mio genere preferito. Detesto categorizzare ma, per intenderci meglio, questo genere si definirebbe “walking simulator”.

Firewatch, sviluppato dallo studio indipendente americano Campo Santo, ha vinto due premi Bafta ed ha ottenuto sei nomination, tra cui Miglior Gioco. Sono diversi gli aspetti che hanno catturato la mia attenzione fin dai primi minuti di gioco: l’atmosfera che si tinge di diversi colori che ricordano l’ebrezza dell’estate o le calde sfumature di un tramonto; una foresta come scenografia, i tranquilli e misteriosi suoni della natura.



Partiamo dalla trama. Siamo in Boulder, Colorado 1975. Vestiamo i panni di Henry, uomo di 39 anni, solitario, in fuga da una moglie gravemente malata e in cerca di un nuovo profumo di libertà. L’avventura prende luce nella torretta di controllo “Two Forks”. Qui, tramite walkie-talkie, Henry entra in contatto per la prima volta con Delilah. Le note di una dolce e gentile voce femminile guidano Henry nel suo nuovo lavoro di guardia forestale.
L’eccitante relazione che si instaura tra i due personaggi fa da protagonista durante tutto il nostro cammino nella foresta. I misteri da risolvere passano quasi in secondo piano e la curiosità del sapere di come si evolverà il rapporto tra i due prende il sopravvento.


Tuttavia, la versione su PS4, rovina gravemente l’esperienza di gioco a causa di evidenti problemi di perfomance. Mi è capitato diverse volte di notare cali di framerate nei salvataggi automatici, durante le scalate e nell’approccio ad elementi come piante o rocce.
In grandi linee, ho trovato davvero piacevole perdersi tra laghi, caverne e alberi. Ho provato una serie di emozioni contrastanti durante il percorso, serenità contrastata ad ansia. La presenza o assenza dalla voce di Delilah è l’aspetto emozionale più potente in assoluto. Quando i protagonisti sono in silenzio, il suono natura a volte rallegra, altre volte spaventa. La sensazione che si prova ad ogni rotazione di telecamera, è paragonabile a quei film che provocano perenne inquietudine. Questa consueto presentimento è accentuato dalla magnifica la colonna sonora ad opera di Chris Remo, compositore di Gone Home.


Il mio viaggio con Henry è stato intenso e positivo, peccato solo per i problemi tecnici su PS4 (se pensate di acquistarlo, consiglio vivamente la versione PC o Xbox One). Il finale mi ha lasciato perplessa. Forse avrei voluto una conclusione differente o forse no. Un ricordo che senz’altro porto con me, è l’eccellente recitazione di Cissy Jones, voce di Delilah, che si è aggiudicata il premio di Miglior Attrice ai Bafta 2017.

VOTO: 7.5

+ Trama avvincente
+ Ambientazione rilassante e misteriosa
+ Giusta longevità, adatta al genere (3h)
+ Voice acting performance d'alta qualità
+ Colonna sonora

- Gravi problemi di performance durante tutto il percorso
- Il finale potrebbe deludere ad alcuni


domenica 22 gennaio 2017

La La Land

Definisci "film bello". La La Land è un "film bello" perchè mi ha fatto viaggiare con la mente tra passato, presente e futuro. E' bello perchè la colonna sonora mi è entrata nel profondo, pentendomi di aver ignorato il Jazz fino ad oggi. Emma Stone è il riflesso dell'eleganza. La sua interpretazione è lo specchio dei veri sognatori. Per me i "film belli" son quelli che ti muovono qualcosa nell'anima e ti fanno riflettere fino a quando non esci dalla sala e realizzi di esser tornato nel presente.